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CATEGORIA SENIOR

  • Giuseppe Laforgia: Amore senza tempo

    1° Giuseppe Laforgia: Amore senza tempo

    E’ la vigilia di natale e Gennaro Silvestro, d’accordo con la moglie, decide di attivare suo padre, Francesco Silvestro. Francesco stava per morire dodici anni fa, ma grazie ai progressi della elettronica, in quei giorni si era riusciti a salvare la vita degli uomini, sostituendo alle viscere delle persone giudicate in stato irreversibile, un apparato elettronico che consentiva, per tempi limitati, la possibilità di tenere in vita il morto o il morituro. Naturalmente, tali circuiti erano alimentati elettricamente, per cui quando il soggetto vitalizzato rompeva troppo le scatole, bastava staccare la spina per farlo tornare nel mondo dell’incoscienza. Francesco Di Silvestro aveva un solo desiderio, poter morire e mettere fine alla sua pseudo-vita; invece, ogni natale e pasqua, veniva riattivato dai parenti stretti, che così potevano passare le feste con il nonno e sentirsi più buoni.
    La vigilia di natale si svolge secondo tradizione, con pranzi e regali, con Francesco che non potendo mangiare, perché ormai è stato privato dell’apparato digestivo e funziona solo ad alimentazione elettrica, si sente escluso dal festeggiamento; Gennaro si rivolge a lui e dice:
    “Papà, per capodanno abbiamo una sorpresa per te!”
    “Bene, mi buttate a mezzanotte dal balcone assieme a questa maledetta pila?”
    “No, siamo stati invitati dai Laurenti e hanno chiesto che portassimo anche te, in quanto la mamma di Arturo, Maria, verrà attivata e tu potrai farle compagnia.”
    “Ah un’altra vittima di questa vostra mania della sopravvivenza!”
    Mentre dice queste cose, Francesco ripensa a Maria, a quando lui e lei si amavano clandestinamente, in quanto Maria era la moglie di Giorgio, un amico. Si ricordò dei pomeriggi d’amore all’albergo Belsole, della complicità di Gustavo, il portiere. L’amore finì quando Giorgio fu trasferito lontano da Napoli e non si videro più.
    La sera di capodanno, Francesco è riportato in vita con la valigetta a batterie e assieme alla famiglia va a casa Laurenti. Qui vede Maria, anche lei con la batteria:
    “Ciao Maria!”
    “Francesco chi l’avrebbe detto che ci saremmo incontrati da morti!”
    “E’ vero non siamo vivi, ma tu sei rimasta bellissima!
    “Non fare il galante!”
    “E’ vero!”
    I due si seggono e iniziano a parlare; gli altri mangiano e vedendoli parlare ben presto si dimenticano di loro.
    “Maria, non ho avuto più tue notizie dalla morte di Giorgio.”
    “Fu un momento triste, io e lui, negli ultimi tempi avevamo ritrovato un nostro equilibrio”
    “Ma lui ha saputo di noi ?”
    “Mai! Perché farlo soffrire inutilmente.”
    “Ma vi amavate?”
    “No! Francesco, io dopo di te non ho amato mai più nessuno. E tu?”
    “Quando andasti via per me fu la fine di un sogno. Mia moglie, si dedicava solo ai figli e, quando vennero, ai nipoti; neanche si accorgeva della mia tristezza. Una brutta malattia se la portò via in pochi mesi e rimasi solo, con il tuo ricordo. Quando fu il mio momento, Gennaro, mi regalò questa sopravvivenza! E’ un incubo, mi sento meno utile e amato di un aspirapolvere. Mi accendono alle feste e quando vogliono loro mi spengono. Non so nulla del mondo, di cosa succede. Quanto tempo passato nel buio!
    “Non me ne parlare, è stato tremendo anche per me.”
    “Secondo te perché lo fanno?”
    “Perché, ormai, lo fanno tutti ed è disdicevole non tenere sopravvissuto il proprio genitore!”
    “Maria, ricordi l’albergo Belsole?”
    “Certo! il nostro nido d’amore!”
    “Era da queste parti, vicino al mare; ci sarà ancora?”
    “Perché no? Non ci sarà Gustavo, il portiere.”
    “Avrebbe più di cento anni, che bravo, sempre discreto, anche se era innamorato di te!”
    “Ma che dici! Era gay, ma non aveva il coraggio di dirlo. Me lo disse un pomeriggio mentre ti aspettavo, era sempre in attesa del grande amore!
    “ Maria, ho un’idea. Qui nessuno ci pensa, perché non scendiamo a vedere se l’albergo Belsole c’è ancora e passiamo lì la notte insieme?”
    “Non dirmi che sei ancora in grado di amare!”
    “Come potrei? Non abbiamo più sangue…., ci sono negati tutti i piaceri, però ci sono sempre le nostre mani e i nostri corpi.”
    “E se si scaricano le pile e subentra la necrosi?”
    “Meglio! Finire questa finta vita abbracciato a te sarebbe molto bello!”
    I due vecchietti, mano nella mano, uscirono di casa. La sera dell’ultimo dell’anno, nelle case e nei locali, tutti aspettavano la mezzanotte. Una piccola insegna, in fondo alla strada, si accendeva a intermittenza e il nome Albergo Belsole, appariva e scompariva. Francesco e Maria, col passo incerto, ma contenti arrivarono alla porta dell’albergo, l’aprirono e guardarono con sorpresa il portiere di notte che li guardò ancora più sorpreso.
    “Ma, tu sei Gustavo?”
    “Signora Maria, signor Francesco, ma come è possibile! Voi due…”
    “L’affetto dei figli; ci hanno applicato il kit di sopravvivenza, stasera ci siamo incontrati dopo tanti anni e siamo qui. E tu, tu non avevi figli?”
    “Il figlio della proprietaria, quando stavo per morire si offrì di comprarmi il kit di sopravvivenza. In cambio io gli faccio i turni di notte in albergo, così non paga né un portiere, né i contributi. Ha fatto installare un timer e io, automaticamente alle sette di mattina mi spengo.”
    “E non ti viene mai la voglia di finirla con questa vita artificiale?”
    “Tante volte, ma forse l’idea del finire, del morire, per chi è stato sempre solo è più difficile d’accettare; forse, c’è la speranza che vivendo un giorno in più si possa incontrare chi non si è trovato prima.”
    “C’è sempre la nostra stanza, quella con la vista sul mare ?”
    “Certamente, chi volete che questa sera possa dormire in un albergo come questo? Vi do la chiave, la ventisei, credo che la strada ve la ricordiate.”
    Francesco e Maria entrarono nell’ascensore, arrivarono al piano e nella stanza ritrovarono, come se nulla fosse cambiato, l’ ambiente che avevano lasciato 50 anni prima. Francesco si sedette sul letto e iniziò a spogliarsi, Maria lo guardò e con timidezza gli disse:
    “Ho vergogna di farmi vedere nuda da te, il mio non è più un corpo, ci manca tutto.”
    “Non ti preoccupare, se sapessi quello che manca a me! Spegni la luce, spogliati e vieni nel letto.”
    Maria entrò nel letto, si avvicinò a Francesco e con la poca forza che avevano si abbracciarono.
    “Francesco, mi vuoi bene?”
    “Tantissimo, non ho smesso di amarti per tutta la vita mia e non speravo più che questo giorno potesse ritornare.”
    “Anche io ti ho sempre amato e ho sempre saputo che sei stato l’unico vero amore della mia vita. Ma sei certo che tu non abbia più nulla, sento qualcosa di duro nel tuo corpo.”
    “Non ti illudere, amore mio, è la batteria. Ma stammi più vicina. Lo sai quando eravamo giovani e ti vedevo nel letto assieme a me, bella come una dea, pensavo a quando saresti invecchiata ed ero eccitato dall’idea di accarezzare e baciare le tue rughe e temevo che non sarebbe mai venuto il tempo per farlo. E invece, adesso, sotto la mia mano, sento il tuo corpo e lo trovo bello più di prima, i tuoi occhi nel buio brillano ancora. Stringiti a me e baciami amore mio.”
    “Angelo mio, quanto tempo abbiamo tolto al nostro amore per non fare male agli altri! Che speco! Anche tu sei sempre bello, forse sei ancora più sexy. Non ridere è così; è dolce averti vicino, ancora; è un regalo enorme che la vita, questa specie di nostra vita, mi ha dato. E’ strano non sentire il battito del cuore, ma solo il roco ronzio delle nostre pile. Voglio stare tutta la nostra vita abbracciata a te.”
    “Non è che ne è rimasta molta di vita, comunque, non sprechiamola. Come è bella la tua bocca, mordimi piano, come facevi una volta.
    “Amore mio, non lasciarmi mai.”
    Il rumore di una leggera risacca accompagnava le parole dei due vecchi amanti e un raggio d luna, liberatosi di una nuvola, illuminò la stanza. Maria e Francesco, si accarezzarono e baciarono tutta la notte, dimenticandosi dei loro parenti e, soprattutto, della durata della carica delle pile, che si esaurì, quasi simultaneamente, per tutti e due, prima che venisse l’aurora. Al piano terra, Gustavo, non sentendo più il ronzio delle pile, che era stato percettibile grazie all’infinito silenzio che regnava nell’albergo, capì che è successo qualcosa, prese un mazzo di fiori che stava sul banco e salì al secondo piano; col passepartout aprì la porta della stanza e li trovò abbracciati nel letto, con lo sguardo felice e senza più vita, neanche quella artificiale. Aprì la finestra, fece entrare tutta la luce della luna, mise i fiori sul letto, tra i due amanti, e se ne andò; scese sulla spiaggia e sapendo che non c’è più nulla da aspettare e che il grande amore non sarebbe mai più venuto, entrò in acqua. Ci furono delle scintille e anche la sua finta vita finì, portata dal mare chissà dove, probabilmente non molto lontano dalla città, ma finalmente lontanissimo da una inutile vita d’attesa.

  • Orietta Degiorgi: Sorridendo sotto la pioggia

    2° Orietta Degiorgi: Sorridendo sotto la pioggia

    Il tempo è brutto: cupo, scuro. Le nuvole si schiacciano contro i tetti dei palazzi. Le antenne le tengono su come spiedini che reggono una coperta pesante. Pesante la testa della signora Grazia che senza spiragli di luce è in preda all’ansia. I vetri si bagnano. Prima piano piano, piccoli pois liquidi. Poi tanti rivoli ed ora il battere violento di macrogocce le crea maggiore preoccupazione. Amelia sarà andata a prendere Luca a scuola? Ce l’avrà fatta a portarlo a casa senza inzupparsi? E se si guasta l’auto e si ferma per strada? Alina la guarda sorridendo mentre si infila cappello, stivali e giacca impermeabile pronta per uscire. “Torno subito signora, manca il riso, il caffè e il latte!”. “Ma dove vai con questo tempo?” la redarguisce Grazia con le mani tremolanti. “A fare la spesa, no?! Torno subito!” . Alina cammina e taglia il grigio a pezzi. La bellezza della libertà non ha freddo.
    “Alinaaa! Alinaaa!! La voce della madre è nelle orecchie. I piccoli piedi camminano nel fango con grazia, saltellando per non affondare, ma è impossibile. Arrivare a casa da scuola, quasi due chilometri di ghiaccio. Immaginare che sul viso ci sia il sole e non la tramontana dell’inverno polacco. Una preghiera a Gesù perché arrivi presto la primavera e intanto dalle scarpette bucate arrivano le punture del gelo.
    Il Cielo e la Terra si specchiano quando la natura unisce le distanze con la pioggia. Sono due amanti che si rincorrono ed ora ecco l’amplesso che unifica e purifica questa città. Il supermercato del quartiere è deserto. “Basta un po’ di pioggia e tutti si nascondono!” Alina risponde alla commessa che la accoglie con un sorriso triste. Gironzola fra gli scaffali divertita, si specchia nel vetro dei surgelati carezzando con i pensieri i suoi trentacinque anni.
    Il grande specchio della camera matrimoniale dei genitori. L’abito da sposa comprato in città appeso al grande armadio, la biancheria presa a rate dalla madre. Il prete benedice gli sposi ma quando Jan apre la bocca per la Comunione si sente la puzza di vodka. Ricorda bene Alina quell’alito sulla sua pelle la prima notte di nozze quando gli strappa senza riguardo il vestito bianco, “E’così che vanno i matrimoni” le racconta la madre “ gli uomini decidono e noi dobbiamo obbedire.Vedi tuo padre? Era di buona famiglia, l’aveva scelto mio padre stesso! Ma quando ha trovato una più giovane se ne è andato perché io l’ho costretto. Non ho saputo perdonare come dice il Vangelo! Se fossi stata più comprensiva, magari ora avrei ancora un marito!” Alina ascolta, sa che Jan lavora a ore in una bottega come falegname e porta sempre qualcosa a casa, ma quell’amaro delle serate trascorse da sola, non riesce a mandarlo giù.
    La musichetta del telefonino: la signora Grazia preoccupata “Alina, dove sei? Che ti è venuto di uscire con questo tempo? Fra te e mia figlia mi farete morire di crepacuore!”
    “Tranquilla signora, fra dieci minuti sono a casa, un po’ d’acqua non fa male!” E riattacca sorridendo. Oramai quell’anziana signora apprensiva la tratta come una figlia.
    Lei lo sa cos’è quel pensiero. E’ quello per la sua Elzbjeta o come la signora dice in italiano “Elisabetta”. E’ rimasta al paese con la nonna ma appena possibile Alina starà con lei per sempre.
    Un altro sogno, un altro mondo, un’altra immagine: l ’ospedale grigio di Danzica. Jan non ha fatto salti di gioia quando è nata. Lo sguardo deluso. Sperava in un maschio da esibire e portare con sé al bar, magari. Così ha deciso che in quella casa ci sono troppe donne, troppe bocche da sfamare. Quelle quattro pezze che ricama Alina non bastano neppure per la vodka, figurati ora che c’è Elzbjeta. Il bar è diventato la sua seconda casa. L’unica bottega che frequenta è quella del vinaio.
    La musica si stende morbida sugli scaffali, scivola sulle persone, nei corridoi affollati di merce. Alina conta le monete canticchiando e paga risalutando la cassiera che finisce il turno. Sta scappando alla scuola materna a prendere la sua bambina che ha quattro anni. Le ha fatto vedere le foto. Pochi paassi saltellanti nella pioggia e le due donne di separano. Alina si guarda gli stivali veloci sorridendo. Ma una pozzanghera è traditrice e si ritrova faccia a terra con la caviglia che sembra esplodere. Un secondo, due, tre. “Spokoj Alina! Calma Alina!” Secondi in cui risente l’inferno.”I calci di Jan erano peggio eppure ti sei alzata.” Sull’asfalto bagnato e sozzo lo vede. Tanto ubriaco quella sera in cui c’era anche Elzbjeta a guardare.
    Eccolo che cerca i soldi per la vodka perché lei li aveva nascosti per il pane. Ma l’indomani mattina non ha trovato né i soldi, né moglie, né figlia. “Forse non sono una buona cattolica, ma io non sono fatta per ubbidire”.
    Lacrime e pioggia si congiungono sul suo viso, sulla sua vita. La gente si avvicina e la aiuta a rialzarsi “Tutto a posto signora? Sta bene?” Alina ringrazia rassicurante. “Tutto bene, ora passa!”
    E sorride.
    Con il suo sole entra in casa zoppicando “Signora sono tornata! Fatto spesa!”
    Grazia più veloce della luce “Alina finalmente! Che ti è successo? Non si esce con questo tempo, te lo dicevo io! Dimmi, ti sei bagnata? Ti sei persa?”
    “No signora, tutto bene. Ma io sono diversa”.

  • Luigi Porzio: Diversamente storico

    3° Luigi Porzio: Diversamente storico

    Una storiella tramandata da generazioni racconta che più di duemila anni fa in una mangiatoia a Betlemme nacque un bambino diverso dagli altri.
    Giá il suo concepimento fu diverso dal normale concepimento di tutti gli uomini e le donne che hanno popolato, popolano e popoleranno questo pianeta: concepito da  Dio ed annunciato alla partoriente da un angelo!
    Con queste premesse non era facile immaginare per lui una vita speciale, diversa da tutti gli altri, e, crescendo questa sua diversitá si rivelava sempre più evidente: si presentava agli altri come figlio di Dio, moltiplicava pane e pesci, guariva lebbrosi, resuscitava morti, predicava l'amore e annunciava la salvezza eterna.
    La stessa storiella racconta che un bel giorno, a causa della sua diversitá, fu condannato a morte, e, anche alla morte, così come alla nascita, manifestò tutta la sua diversitá, infatti, dopo tre giorni risuscitò dai morti ed apparve ad alcuni dei suoi seguaci.
    Proprio Questi ultimi, affascinati da tutto ciò, misero in giro questa storiella e iniziarono ad annunciare a tutto il mondo il testamento spirituale di questo Diverso, i miracoli da lui compiuti, le parabole da lui raccontate, le preghiere da lui recitate.
    Di generazione in generazione a questa storiella e al messaggio di quest'uomo diverso dagli altri hanno creduto milioni di uomini e donne: in tanti hanno dedicato la loro vita a lui, tanti altri a causa sua sono stati perseguitati se non ammazzati, altri si sono arricchiti, altri ancora hanno trovato un posto di lavoro.
    In nome di questo Diverso e della sua storia nei secoli si sono combattute guerre, compiute ingiustizie, commessi soprusi, abusi e tanto altro.
    Sempre in nome di questo Diverso sono stati realizzati capolavori d'amore, gesti nobili e tanto tantissimo bene.
    A causa di questa storiella sono ormai due millenni che un grosso interrogativo attraversa la Storia, quella vera: Gesù di Nazareth è veramente diverso da tutti noi perchè figlio di Dio? E ancora...è veramente esistito?...ha veramente compiuto i prodigi di cui si parla ancora oggi?

    Scienziati, storici, atei, credenti e non hanno fatto a gara per manifestare la loro verità, chi per esaltare l'autenticità di questa storiella e chi per demolirla, ma ancora oggi persiste.
    Puoi credere o no a questa storiella, non importa, ma non puoi negare che quest'uomo diverso dagli altri ha contribuito a rendere migliore la vita di milioni e milioni di persone, ha indotto generazioni intere a volersi bene, ad arricchire l'animo, a smuovere coscienze di chi ha creduto nei secoli a questa storiella, e, chissenefrega se tanti tantissimi dei suoi  seguaci non sono stati, sono e saranno all'altezza di ciò che raccontano di credere.
    Ognuno è diverso dall'altro, e, la storia è piena di uomini che per la loro diversitá hanno fatto qualcosa di grande, di speciale o di orribile, ma il protagonista di questa storiella, che tu creda o no, è la massima espressione della diversità umana!
    E a chi si chiede se da un diverso può nascere qualcosa di buono, suggerisco di andarsi a leggere la storiella di Gesù di Nazareth, e, aggiungo che, comunque, per fare del bene non bisogna per forza essere figli di Dio, ognuno nella sua diversità può!

 

CATEGORIA JUNIOR

  • 1° Eliana Arpaia: La fuga

    1° Eliana Arpaia: La fuga

    Fu difficile decidere chi tra noi, quella notte, ce l’avrebbe fatta.
    In realtà, fu complicato persino capire chiaramente cosa stesse accadendo, quella notte.
    Io non riuscivo a dormire; troppo pensieroso, ma soprattutto troppo dolorante.
    Avevo camminato e corso tutta la giornata, per ore. Tornato a casa, poi, ticchettando continuamente sul pavimento, preda del nervosismo, aspettavo che il telefono squillasse, ma niente. E quindi, eccoti un’altra folle corsa, verso casa sua, stavolta, per chiederle “perché”, perché non chiamasse, perché non rispondesse, perché tante cose.
    Fortunatamente, ormai era sera. Una sera strana, di quelle che sai diverse. Avverti un cambiamento nell’aria, e lo respiri, lo sai che qualcosa sta per avvenire.
    Un po’, comunque, non riuscivo ad addormentarmi anche per la tristezza dovuta alle ultime parole che mi erano state rivolte quell’infelice giorno.
    “Devo proprio sostituirvi”.
    Tremai al ricordo di quella frase, gelidamente indirizzata a me e alla mia gemella, che invece riposava beatamente. Nati insieme, cresciuti insieme, lavoravamo quasi tutti i giorni, spesso dalla mattina fino alla sera tarda, e sempre insieme. Era pur vero che entrambi avevamo da un po’ iniziato a mostrare segni di cedimento, ma la sola idea di perdere il posto ci terrorizzava. Che ne sarebbe stato di noi?
    Sospirai.
    Non erano solamente la spossatezza e il turbine di negatività che mi vorticava in testa a tenermi all’erta.
    Voci, dapprima quasi impercettibili, s’udivano dal piano di sotto. Da sottili bisbigli, ora erano diventati vivaci sussurri che lasciavano intendere una discussione accesa.
    Rinunciando definitivamente alla possibilità di dormire, mi misi in ascolto.
    -No, no e no! Non può guidarci lui!
    Mi sporsi, e riuscii così a scorgere la proprietaria della voce: Miss T., bellissima quanto arrogante.
    Alla sua perentoria affermazione, rispose una flebile voce.
    -Effettivamente, considerata la sua età, potrebbe essere rischioso…
    A parlare era stata Miss P., stavolta, splendida esattamente come Miss T., sua sorella, ma ben più amabile. Peccato fosse fidanzata con quello sciocco di Lord Oliver Black!
    Ed eccolo lì, infatti, vicino a lei. Nero e tirato a lucido come sempre, impeccabile ed elegante.
    A ben guardare, pareva ci fosse una riunione di condominio. Tutti, tranne me ed Erse, erano disposti in cerchio in quella che chiamavamo “la piazzetta”. Mi stupii: c’erano pure gli inquilini delle abitazioni limitrofe. I restanti, per lo più i residenti dei piani alti, erano invece affacciati ai balconi.
    L’ultima volta che v’era stata una situazione simile era stato alla scomparsa dei fratelli Steve e Al. Le grandi riunioni si tenevano solo in casi d’emergenza… doveva trattarsi d’una questione importante.
    Decisi di non svegliare Erse per non preoccuparla. Il vociare aumentava di tonalità; gli animi erano agitati… in un attimo, raggiunsi gli altri.

    Sgomitai per arrivare fino al centro della folla.
    -Ehm… buonasera.- esordii.
    -Buonasera a te, figliolo, felice di vederti. A breve, avremmo convocato anche te.
    Era proprio lui, lo Zio.
    Lo Zio era il più anziano della comunità. Arrivato lì per primo col fratello, era considerato una specie di saggio; quando parlava lui, l’intera assemblea taceva.
    -Bene, credo sia giunta l’ora di fare il punto della situazione.
    Trascinandosi lentamente fino al centro della circonferenza, trasse un lungo respiro.
    -Come già sapete, la scomparsa dei gemelli Steve e Al ha scosso fortemente tutti noi. Sfortunatamente, non si è trattato di un caso isolato: il mese dopo, infatti, altri due fratelli sono misteriosamente spariti, senza lasciare alcuna traccia e, la settimana scorsa, è accaduto lo stesso ai fratelli Zoc e Coly.
    Un lieve brusio iniziò a serpeggiare tra la folla, allarmata.
    -È ormai chiaro che questa situazione potrebbe avere risvolti tragici per ognuno di noi. Dobbiamo scappare al più presto da qui.
    Il brusio si trasformò in esclamazioni di sorpresa.
    -Ciò che conta, ora, è trovare una guida, qualcuno che conosca alla perfezione il mondo là fuori e che sia in grado di portarvi lontano da qui. Poco fa discutevamo di me come guida, ma sono troppo vecchio. Io resterò qui.
    Poi aggiunse:-Chi desidera assumersi tale incombenza venga qui al centro!
    M’accorsi che, d’improvviso, sonnolenza, sconforto e debolezza erano spariti. Stavo fremendo, e non capivo perché.
    -Mi propongo!
    Mi volsi. L’insopportabile Lord Oliver si mosse spavaldo fino a raggiungere lo Zio.
    Si schiarì la voce, poi cominciò:-Mi sembra ovvio che debba guidarvi qualcuno con charme, classe… e io, modestamen…
    -Ma taci, snob maledetto!
    Il massiccio Mr Martin si fece avanti, minacciosamente.
    -Serve qualcuno che sappia cosa ci sia là fuori, non un altolocato come te che non è mai uscito da qua!
    -Se è per questo, nemmeno tu sei così esperto come vuoi far credere, Martin.
    Miss T. aveva preso parola.
    -Francamente, credo abbiate bisogno di me. Io sì che conosco bei posti dove potremmo rifugiarci… feste, locali…
    Di lì a poco, si scatenò un’autentica baruffa.
    Io rimasi fermo per un po’, senz’aprir bocca, ad osservare tutti quelli che, di volta in volta, per un motivo o per un altro, tentavano con ogni mezzo di apparire come i più adatti a quel compito.
    Mi sorpresi nel constatare che, più aspiranti si facevano avanti, più in me prendeva spazio una triste considerazione.
    A nessuno importava d’essere all’altezza dell’incarico. Avevo dinanzi i più svariati personaggi che, anziché allearsi o trovare un punto in comune, cercavano di prevaricarsi.
    Nella loro diversità, non riuscivano a far altro che entrare in contrasto tra loro.
    Mi meravigliai: a me non importava nulla d’essere differente da Miss T., dallo Zio, da Lord Oliver o da chiunque altro. In quel momento, m’importava solo della nostra sorte.
    Non volevo che la frase di quella sera si tramutasse in realtà. Né per me né per altri.
    Conoscevo la vita fuori da lì. Avevo passato in strada quasi ogni giorno della mia esistenza.
    Avanzai di un passo, a testa alta.
    - Smettetela, vi prego! Come pensate d’andare avanti se vi scontrate così? Qui ognuno avrebbe motivazioni per mettersi a capeggiare, ma non bisogniamo di questo!
    Tacqui un secondo. Molti strabuzzarono gli occhi dallo stupore.
    -Siamo tutti estremamente dissimili. Ci distinguiamo gli uni dagli altri, sì, ma perché lasciare che ciò ci allontani? Prima di qualcuno che ci scorti, necessitiamo d’unione. Non possiamo ritenerci superiori perché siamo più belli, eleganti o forti, né questi sono motivi per i quali qualcuno potrebbe porsi come nostra guida. Pensateci: quanti di voi credono d’essere migliori d’altri e quindi, per questo, di meritare il posto di conducente?
    -Magari mi sbaglio. Ma se così fosse, io mi faccio indietro. Preferisco rimanere qui a marcire, piuttosto che convivere con individui che non sanno affrontare le proprie diversità.
    L’adunanza restò in silenzio. Fu lo Zio a spezzarlo.
    -Figliolo, tu…
    Fece una pausa.
    -Tu sei l’unico a meritare questo compito. Hai capito che essere diversi significa essere rose uguali dai colori differenti, e che finché ogni rosa non smetterà di ritenersi quella dal colore più bello, non ci sarà crescita. Va’, figliolo, e salva questi fiori.
    Ci fu un’esultanza generale. Io arrossii, sorpreso. Miss P. mi sorrise. Erse, intanto, s’era svegliata.
    Lanciai uno sguardo grato allo Zio. Poi mi voltai; un rettangolo di cielo ci aspettava.
    E fu così che andammo via.

    Il giorno dopo, il primo ad accorgersi che c’era qualcosa di strano in casa Carter fu il primogenito, John, che, entrando in bagno, notò la finestra spalancata e diverse orme sul muro.
    Guardando poi le due scarpiere bianche, poste l’una di fronte all’altra, notò ch’erano vuote.
    Ad eccezione di un paio di consumatissimi mocassini del nonno, tutte le scarpe erano sparite.

    Penso spesso a quella notte. Penso alla “piazza”, il pavimento del bagno. E ai condomini…due vecchie scarpiere.
    Scarpe, ecco cos’eravamo tutti.
    Nient’altro che scarpe.
    C’era Lord Black col suo gemello, più schivo e meno affascinante, ma altrettanto bello nella sua suola rinforzata da stringata maschile.
    E poi c’erano le bellissime Misses T. e P., Tacco e Punta, tacchi neri e lustri.
    E che dire di Steve e Al, gli stivali logori che non erano svaniti, bensì erano stati buttati via?
    E lo Zio e suo fratello…due mocassini bianchi usurati, ma rispettabili.
    E poi… poi c’ero io.
    Scarpe, ecco cos’eravamo.
    Scarpe in fuga, scarpe senza speranza. Scarpe che rischiavano di camminare tutta la vita ai piedi degli altri senza poter mai decidere da sole la propria direzione.
    Esattamente come avveniva per gli uomini, che correvano tutta la vita con noi al loro servizio.
    Già, gli uomini, che si credono liberi, ma che in realtà sono costantemente schiavi dei loro limiti.
    Si guardano l’un l’altro, proprio come noi scarpe, con disprezzo, arroganza, considerando tutto ciò che è oltre loro, tutto ciò che è diverso, come irrimediabilmente ostile. Si contano i passi a vicenda, tentando di porre barriere sempre più alte, cercando di correre sempre più velocemente verso il traguardo, guardandosi continuamente le spalle per paura di chi potrebbe superarli.
    E scappano gli uni dagli altri perché si credono diversi, senza capire che, se rallentassero e camminassero fianco a fianco, i loro confini si mischierebbero, e il bianco diverrebbe nero, e il nero bianco, e il traguardo partenza, e il diverso uguale.
    Scarpe, ecco cos’eravamo tutti.
    Nient’altro che scarpe.